DUCA D'INSUBRIA

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Nord della Gallia, 467 C.E. (d.C.). Da circa tre anni, il generale Afronio Siagrio, aristocratico gallo-romano, ha preso il controllo militare nella regione, in cui imperversano i barbari Franchi e Alemanni.
La situazione è disperata: non ci sono quasi più contatti con la capitale, le razzie sono continue e nelle legioni di Siagrio, provate al di là di ogni capacità di resistenza, molti legionari disertano.
Siagrio non si arrende, fa del suo meglio per ristabilire l`ordine in nome di un`autorità imperiale sempre più lontana e inconsistente. Nel 475 un bambino viene messo sul trono imperiale: per Siagrio e i suoi uomini è il segnale che non possono più contare sul sostegno imperiale, e infatti, meno di un anno dopo anche l`ultimo imperatore viene deposto.
Siagrio decide di proclamarsi re della Gallia e inizia a riorganizzare le sue truppe in un ultimo, disperato tentativo di respingere i barbari invasori.


PARTE PRIMA

Era scesa la notte in quel luogo abbandonato nel nord della Gallia; un gruppo di legionari, sferzati dal vento gelido e dalla pioggia incessante, faceva del proprio meglio per ripararsi in un crocchio di tende malferme e svolazzanti, all`ombra di un`insegna imperiale battuta e corrosa dalle intemperie e dalle troppe battaglie, come le loro malconce armature.
Alcuni di loro avevano cambiato le loro toghe e i loro calzari per gli stivali e gli abiti di pelliccia dei barbari, che pur essendo più rozzi erano più adatti al clima. Altri si avvolgevano con ostinazione nei loro mantelli di porpora strappati e infangati.
Il generale Siagrio rimase per alcuni lunghi istanti ad osservare le sue truppe: una vista tutt`altro che incoraggiante, pensò.
Non c`erano abbastanza carpentieri per costruire le fortificazioni, né abbastanza legionari per difenderle, né abbastanza viveri e persino le armi erano state radunate dove era stato possibile trovarle.
Si chiese cosa avrebbe potuto dire a quelle truppe. Un discorso sulla gloria dell`Impero sembrava fuori luogo: l`impero ormai esisteva solo di nome.
Sul trono sedeva un bambino di neppure undici anni, una semplice facciata per un`aristocrazia corrotta ed incapace che non aveva la minima idea di quello che succedeva fuori dalle mura della capitale; l`esercito ormai era composto per la maggior parte di mercenari barbari, ma non c`erano più soldi per pagarli ed era solo una questione di tempo prima che si ribellassero.
All`improvviso un fulmine colpì l`insegna imperiale; i legionari presero a correre qua e là come topi in preda al panico, qualcuno esclamò "È un presagio".
Il rombo del tuono si confuse col rumore degli zoccoli di un cavallo. Era un messo, che scese frettolosamente di sella per andarsi a inginocchiare di fronte a Siagrio.
–Notizie dalla capitale– ansimò –L`imperatore Romolo Augustolo è stato deposto dagli Eruli. Il loro capo, Odoacre, si è autoproclamato reggente in nome dell`Impero Orientale.
Gli sguardi di tutti si rivolsero a Siagrio. Il suo luogotenente, Melvio, gli si avvicinò di alcuni passi.
–Generale… quali sono i tuoi ordini?– chiese.

PARTE SECONDA

Un gruppo di uomini malvestiti si stavano dando da fare per erigere una palizzata attorno ad una villa semidiroccata, che era stata la dimora di qualche patrizio; ad alcune centinaia di passi di distanza, un uomo a cavallo stava sorvegliando il lavoro. Erano passati quasi due anni da quando l`imperatore era stato deposto: anni difficili, in cui quel frammento di Gallia che era diventato il regno di Siagrio era stato intensamente militarizzato. Persino i contadini erano stati reclutati e addestrati, spesso con la forza. Siagrio sapeva tuttavia che non avrebbe potuto sostenere quella situazione a lungo: senza nessuno a coltivare i campi, che avrebbero mangiato i suoi soldati? Sebbene con riluttanza, aveva deciso di tentare un`alleanza con i nuovi vicini, i Visigoti.
Aveva inoltre mandato dei messaggeri in Armonica, e perfino oltre il mare, in Britannia.
Scosse la testa, riflettendo su quanto tutto questo fosse paradossale: l`ultimo baluardo di Roma chiedeva aiuto a dei barbari per difendersi contro altri barbari; gli stessi barbari che avevano saccheggiato Roma anni prima.
Siagrio rise considerando quanto ironico, e assieme tragico fosse il ruolo che il destino gli aveva assegnato: nonostante tutto quello che era successo, lui si considerava ancora un romano. Aveva senso chiamarsi romani quando l’impero di Roma ormai esisteva solo di nome?
–Ne ha mai avuto?
Siagrio trasalì: si guardò attorno alla ricerca di chi aveva parlato. –Chi sei, vecchio?– fece con rabbia il generale romano.
–Tuo padre era un principe. Non ti ha insegnato a rispettare gli anziani?
Siagrio scese da cavallo per guardare il vecchio negli occhi. –Ti chiedo scusa– rispose –non credevo di aver parlato ad alta voce.
Le labbra del vecchio si contorsero in un sorriso canzonatorio. –Guarda laggiù.
Siagrio volse lo sguardo nella direzione indicata dal vecchio. –Vedo solo una vecchia pietra.
–Quella “vecchia pietra” si chiama menhir– lo rimbrottò il vecchio –e non si trova li per caso.
–Vuoi dire che qualcuno l’ha conficcata nel terreno?– fece Siagrio –Cos’ha a che fare questo con me?
Il vecchio si sforzò di essere paziente.
–Quella pietra era li molto tempo prima che arrivassero i romani… e ci sarà ancora dopo che saranno scomparsi.
–Ancora non capisco cosa quella pietra abbia a che fare con me– obiettò Siagrio.
–Nelle tue vene, Siagrio– continuò il vecchio –non scorre solo il sangue di Roma; tu discendi anche da un altro popolo più antico, che fu soggiogato da Cesare…

I mesi e gli anni che seguirono videro il piccolo esercito di Siagrio scontrarsi più volte contro i Franchi invasori. Difendendo il loro territorio quasi palmo a palmo, sostenuti quasi da nient’altro che dalla disperazione, i Romani erano comunque riusciti a rendere sicura almeno una parte del territorio della Gallia; in alcuni momenti qualcuno si concedeva perfino il lusso di illudersi che sarebbero riusciti a ricacciare indietro i Franchi, poi sarebbero discesi in Italia e avrebbero insediato un nuovo imperatore.
Siagrio era molto cambiato: era diventato cupo e taciturno, e spesso, nelle notti di luna nuova, usciva da solo per andare chissà dove, sulle colline coperte di boschi. Qualcuno aveva giurato di averlo visto incontrarsi con un vecchio, o addirittura con una donna che era uscita da un lago e poi era volata via sotto forma di corvo!
Ma erano solo chiacchiere di soldati ubriachi, a cui nessuno prestava troppa attenzione.

Dopo vent’anni passati a respingere orda dopo orda di barbari, sembrava che per Siagrio non ci fosse più nulla da fare; Clodoveo, alla testa dei suoi Franchi, era entrato in Gallia da conquistatore, perfino i Visigoti lo avevano abbandonato.
Legato ad un palo, Siagrio guardava la Luna per l’ultima volta, perché al sorgere del sole sarebbe stato messo a morte.
Un’ombra gli si avvicinò.
–Sei tu, vecchio?
L’altro annuì.
–Mi spiace– sospirò Siagrio –credo di non essere io il Grande Re che cercavi… dovresti andare altrove, che so, in Britannia.
–Hai fatto tutto ciò che potevi– lo confortò il vecchio –ora riposa. Può darsi che c’incontreremo, oltre il Velo di questa vita.
–Già, potrebbe anche darsi.
L’ex condottiero romano si lasciò scappare una risata, la prima forse dopo anni.
–Arrivederci– sussurrò Siagrio mentre il vecchio scompariva nella nebbia.

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